Stefania Panighini, regista che racconta storie fatte di musica e di teatro.

Host Your Art è felice di ospitare Stefania, regista di opera lirica, creatrice di visioni ed immagini accompagnate dalla musica.

Oggi le abbiamo fatto qualche domanda, ecco le sue risposte:

Traviata – Teatro delle muse Ancona

Benvenuta ad Host Your Art! Potresti parlarci un po di te, di quello che fai e di come è iniziata la tua carriera artistica? 

Sono Stefania, ho quasi 40 anni e da metà della mia vita guardo il mondo attraverso i miei spettacoli.

Sono una regista di opera lirica, un sacco di parole per dire in realtà che racconto delle storie, delle storie fatte di musica e di teatro, delle storie spesso molto vecchie, che però credo abbiano ancora molto da dire!

Mi sono avvicinata al mondo della lirica partendo dalla gavetta, quella dei piccoli teatri di provincia, dei carri di Tespi, dei caravanserragli in cui torni in macchina nella nebbia, alle quattro del mattino, dopo aver montato e smontato uno spettacolo in otto ore.

Poi piano piano sono approdata ai teatri più grandi, al mondo del professionismo, alle produzioni via via sempre più importanti, fino ad arrivare alle coproduzioni internazionali con la Corea e prossimamente con l’Australia.

E’ stato un lungo viaggio, intenso e meraviglioso, pieno di inciampi e di cadute, di momenti di sconforto, talvolta anche con qualche ingiustizia, ma pur sempre un viaggio meraviglioso, con paesaggi insoliti e strabilianti, ricco di avventure e lezioni da imparare ogni giorno!

Ho incontrato persone e personaggi, animali da palcoscenico e burattini senza arte né parte, aiutanti magici e lupi cattivi: da tutti ho imparato qualcosa! 

Non credo avrei potuto fare un percorso diverso da quello che ho fatto.

Barbiere di Siviglia – Opera Giocosa di Savona – Ph. Luici Cerati

Dai tuoi spettacoli, al tuo sito, alle bellissime foto ritratto si evince un gusto eccezionale per l’estetica. Sei una persona sempre alla ricerca della bellezza?

Creare delle visioni, delle immagini, dei sogni è qualcosa che ricorre nella mia storia personale fin da molto piccola.

La prima macchina fotografica (rigorosamente analogica!) mio papà, fotografo anche lui, me la regalò quando avevo 4 anni.

Ero capace di scattare un intero rullino da 36, solo guardando il mare, per fermare l’attimo, per trovare la forma dell’acqua.

Ancora oggi che la fotografia non solo è una grande passione, ma anche parte fondamentale del mio lavoro, sono capace di scattare dieci volte la stessa foto, o meglio quella che per gli altri è la stessa foto, ma per me no.

Indago le linee, le proporzioni, i tagli della luce, la composizione del soggetto. Ho imparato a farlo osservando quotidianamente  la realtà che mi circonda, che è la prima risorsa della mia immaginazione e che fermo incessantemente col mio telefono, con la reflex, con la retina o con qualsiasi cosa sia in grado di cogliere l’attimo.

Una delle mia risorse più grandi è stata l’indagine dell’arte altrui, l’amore sconfinato per la pittura, la scultura, il cinema, l’architettura: ogni forma artistica mi attraversa e diventa caleidoscopio di pensieri, di emozioni, di storie che nascono sempre nuove, ma al tempo stesso con caratteri stilistici ricorrenti.

Mi piace cercare la bellezza, ma col tempo, con l’esperienza e coi maestri ho scoperto che mi piace la bellezza imperfetta, l’increspatura, l’errore, il particolare incerto.

Ho smesso di cercare l’armonia e cerco un sussulto che faccia vibrare me e gli altri.

LA BOHEME – Luglio Musicale Trapanese – Ph. di Gio Vacirca

Il progettoo “Hoperance” è un crossover tra diverse arti, opera, danza e teatro, con un’attetnzione alle forme del corpo ed inquadrature inusuali e forti. Ce ne potresti parlare?

Hoperance (il link qui) è un sogno che non ha ancora trovato la propria realtà, è un progetto che fluttua nell’aria da diverso tempo, che ho inseguito a lungo con tenacia, salvo capire che ancora non era arrivato forse il tempo.

Hoperance è soprattutto il racconto di una necessità artistica, che è quella dell’indagine e della ricerca, è il racconto del tentativo, della prova, che nell’arte è qualcosa di fondamentale.

E’ necessario a volte uscire dal proprio cammino sicuro, cambiare sentiero, provare una strada alternativa: l’impulso di esplorare mondi nuovi e sconosciuti o di tornare in anfratti vecchi e nostalgici è davvero irrefrenabile, e non si può fare altro che seguirlo!

Hoperance è dunque un progetto di crossover artistico che ritorna alle origini poetiche dello spettacolo d’opera mescolandolo con le nuove tecnologie, è arte figurativa, musica, canto e danza, ma soprattutto è concezione spaziale diversa da quelli del teatro istituzionale e dunque una fruizione di esso alternativa: è pensato per stazioni, biblioteche, parchi, o tutti quei luoghi destinati normalmente ad un uso differente, dove il pubblico possa respirare lo spettacolo e avvicinarsi ad esso in posizioni alternative rispetto al canonico schema platea/placoscenico.

Dopo l’ennesima inutile nuova chiusura dei teatri, forse Hoperance è davvero un nuovo spunto di partenza.

STEFANIA – Ph. Giulia Magrin

Pensi che l’arte possa aiutare gli esseri umani a ristabilire un rapporto più equilibrato e sostenibile con il pianeta?

Nel pieno del lockdown mondiale della primavera scorsa, quando tutti noi abbiamo dovuto far fronte alle nostre paure, non solo sanitarie, ma anche “artistiche”, ho letto un articolo su Le monde che mi ha fatto molto riflettere: si disquisiva sull’importanza che la scienza aveva assunto nelle nostre vite, in questo periodo di pandemia e come fosse necessario che l’arte e la politica (intesa nella sua accezione più filosofica), fossero chiamate a dialogare finalmente con essa, non più in un rapporto antitetico, come spesso era accaduto nel passato, quanto piuttosto in una forma costruttiva.

Credo che ci troviamo di fronte a una nuova necessità della società, cui l’arte deve rispondere in maniera forte e chiara: dobbiamo agire sul nostro modo di vivere, cambiarlo, proteggere il pianeta, per proteggere i nostri figli e dobbiamo parlare di questo nuovo modo di vivere, sviscerarlo, metabolizzarlo!

Le arti sono un elemento fondamentale per la rielaborazione nel tessuto sociale della comunità, sopravvivono da millenni, proprio perché sono un bisogno incessante e prepotente dell’essere umano: siamo dunque davvero chiamati a un compito importantissimo a breve termine, dobbiamo approdare a nuovi temi, per noi poco frequentati, perché non c’è più tempo, bisogna agire, ora!

STEFANIA – Ph.Giulia Magrin

Ringraziamo Stefania per aver accettato la nostra intervista e le facciamo tanti auguri per la sua attività. Per seguirla, potete cliccare questo link o sui social media.

https://www.instagram.com/stefipanighini/

https://www.facebook.com/stefaniapanighini

Condividi

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on reddit
Reddit
Share on print
Print
Share on email
Email

Leggi le altre interviste

Richiedi la demo del cpanel